domenica 30 settembre 2012

Orco Valley e Total Dry

Il tempo è gran brutto, decidiamo per una gita sociale tutti insieme in Valle dell'Orco a tirare fessure, lì sembra esserci il sole.
Siamo io, Kurt, Luis e Franz, durante il viaggio scegliamo le vie e le cordate col proposito di scambiarci all'attacco della seconda via... finiremo poi la giornata a sbunnarci sulla Kosterliz!
Io e Kurt ci decidiamo per Rattle Snake attaccando per L'orecchio del Pachiderma e passando dalla placca di Itaca nel Sole, si rivelerà una gran bella linea con i tiri tutti particolari e interessanti. Parte Kurt nell'ostico camino poi io mi lancio con entusiasmo su per L'orecchio e continuo per fessurine fino alla famosa placca... sbaglio l'ingresso e mi appendo poi senza neanche più provare tiro alla grande tutti i chiodi fino al delicato traverso finale. Torna davanti Kurt e con la sua classe (maturata in svariate esperienze Yosemitiche) si mangia le fessure del primo tiro di Rattle. Parto per l'inquietante camino (questo secondo me è il più bel tiro della via) con una veloce dulfer poi spostamento e si entra nella roccia... si rinvia un chiodino in fondo e si torna fuori per salire con bei passaggi tutta l'incredibile lama. Ultimo tiro fisico e anche questo bello. Tenta Kurt che sul passo chiave vola più volte senza timore... provo anche a incitarlo intonando Le tagliatelle di nonna Pina ma niente, mi cede il passo e con fatica ma gran soddisfazione esco dall'aggettante fessura terminale e... siam su!
Tre rapide doppie ci depositano comodamente alla base.
Sentiamo i soci, anche loro hanno appena terminato la loro via, Linea d'Ombra; li raggiungiamo quindi al Sergent.
Qui finiamo a salire (o almeno provarci) la Kosterliz un po' in tutti i modi, ognuno con le proprie idee, chi con le calze, chi con i guantini, chi senza, chi con le pedule!
Birre, panini (buoni!), qualche caramella e via!

Significativo per l'andazzo della giornata, il video montato da Kurt:
http://www.youtube.com/watch?v=EvSxGRNnGvk&feature=youtu.be

I giorni a seguire invece mi trovo con il Tito a scalare, prima alla mitica Cava poi al Bus del Quai a fare total dry (!) con anche il Michele, Francesco e Nicola.




















giovedì 27 settembre 2012

Modulo Alta Montagna Classica e Difficile


Libertà di poter scegliere, è per questo che siamo qui tutti riuniti, ognuno di noi ha preso una decisione, ognuno con le proprie particolari idee.
Ci attendono due settimane non stop tra il Bernina e il Masino, sarà divertente!
La giornata è grigia e fredda, il Morteratsch non si presenta bene, il suo stato (come quello di tutti i ghiacciai di bassa quota) è deprimente.
A noi va bene così, dobbiamo fare il Test di Autosoccorso su ghiacciaio e tutto quello che ci serve è un buco dove saltar dentro...
Date le condizioni meteo, nel pomeriggio raggiungiamo la Diavolezza in funivia ed è subito un vai e vieni di Calanda, stranamente qui costa ben meno dell’acqua!
In quota le recenti nevicate hanno impestato in modo fastidioso la roccia, la meta del primo effettivo giorno è il Naso di Ghiaccio al Cambrena. La discesa avviene per la cresta Nord del Piz d’Arlas che solitamente non oppone grandi problemi ma con questa neve nuova e dovendo muoversi in ottica cliente diventa molto istruttiva.
Purtroppo quasi al termine delle difficoltà Omar scivola e si storta il mignolo sinistro.. la sera stessa scende a valle, ci raggiungerà alla Tschierva. 
Il piano per i prossimi giorni prevede un giro ad anello toccando le maggiori cime del massiccio quindi dopo un panino tutto completo del Diavolezza e la solita birra ci dirigiamo verso la Capanna Boval che raggiungiamo sotto il diluvio... Per fortuna l’accoglienza è ottima, le due ragazze (tra cui la bella canadese) mettono a disposizione la stufa e reggono il gioco della nostra banda di matti.
L’aria è piena d’acqua e risalire la ripida pietraia è una faticaccia, una volta trovato l’attacco tocca a me fare la guida del nostro gruppetto (Io, Eugenio e Yuri) e tra il clima e un po’ di sana tensione arrivo in cima allo zoccolo tutto fradicio, con gli occhiali appannati e disidratato! Anche oggi la neve rende la salita per nulla banale, la Cresta della Speranza porta con linea diretta in vetta al Morteratsch, forse il più bel punto panoramico sull’intero gruppo. Le nebbie si aprono e si chiudono, ogni volta si ha uno squarcio di una cima o di una parete diversa, che bello! 
Lunga discesa alla Capanna Tschierva dove passiamo il pomeriggio a prender sole sulla terrazza. La sera ci raggiunge Omar con il dito steccato.
Eselgrat al Piz Roseg, l’altra grande classica del bacino insieme alla Biancograt, troviamo ottime condizioni e saliamo veloci fino all’anticima poi la traversata alla cima principale è la cigliegina sulla torta che a torto molti lasciano perdere.
Era poi prevista la Scala del Cielo ma l’eccessivo affollamento rende creative le menti dei nostri istruttori che tirano fuori una, a mio parere, bellissima ed elegante soluzione: Naso di Ghiaccio al Piz Scerscen con traversata al Bernina e discesa alla Marco e Rosa!
Il Tone che fino ad oggi ci ha accompagnati (e fatto correre e rigar dritti!) una volta raggiunto il ghiacciaio ci saluta, non vuole esser di peso dice lui... ma forse è il ricordo di una sua ripetizione anni fa della nostra cresta che gli suggerisce di lasciarci!
I primi tiri allo Scerscen hanno roccia davvero brutta tanto che l’Eugenio (per fortuna da secondo) prende di petto, e non scherzo, un pilastrino! Senza fare una piega, con le costole doloranti, qualche dito ammaccato e il morale non di certo al massimo l’Eugenio completerà la salita (qualche dolore verrà fuori solo sulle fessure melliche). D’ora in poi lo chiameremo Highlander. Raggiungiamo la cima dello Scerscen, anche qui i pochi metri che portano in cima non sono banali. 
Eccoci ora alle prese con l’infida parte di cresta che collega lo Scerscen al Bernina, siamo sul secondo tratto della celebre traversata Roseg-Scerscen-Bernina. Si inizia con un lungo saliscendi tra gugliette, crestine di neve e spuntoni marci per poi raggiungere la cima del pilastro dal quale “con una doppia da venti metri o scendendo arrampicando” !!  oppure con quattro doppie da venticinque arriviamo alla cresta nevosa. Un’affilata prua che termina contro una parete di rocce rotte intagliata da alcuni colatoi. La roccia continua ad esser marcia e si fa sentire.
Ultimi tiri muovendosi come sulle uova e siam fuori, qualche metro sotto la vetta italiana. Solo Giacomo con Omar (con il dito steccato infilato in una moffola) raggiungono velocemente la cima principale. Rapida discesa sui rassicuranti anelli della normale e via dritti con le gambe sotto al tavolo pronti a far fuori le riserve del Bianco! Genepì, prima di iniziare il corso neanche lo conoscevo ora qualche bicchierino l’ho mandato giù... che botta! Gran dormita.
Una lunga traversata tra meravigliosi seracchi sotto alla Bellavista conduce all’attacco della traversata dei Palù dove procediamo quasi di corsa grazie al “riscaldamento” dei giorni precedenti! Puntiamo nuovamente in direzione Diavolezza ma prima della merenda facciamo qualche prova di trattenute... è gara a chi si lancia con più forza giù dal pendio!
L’anello è completato ma manca ancora il fatidico cramponage... La piana ondulata sotto al Diavolezza sarà l’ambientazione dei vari esercizi. Cramponage è praticamente l’insieme dei movimenti e delle tecniche classiche per spostarsi su ghiaccio e neve. Partiamo dai fondamenti cioè camminare in piano, siamo intirizziti dal freddo mattutino ed esasperiamo apposta  i movimenti, visti dalla terrazza del rifugio potremmo sembrare un gruppo di zombie in gita sul ghiacciaio! La giornata sarà piena e interessante sopratutto per lo scambio di idee e per il metodo d’insegnamento scelto, molto coinvolgente (quindi non noioso) e basato sul confronto delle esperienze di ognuno, seguendo comunque una linea ben precisa.
Ultimo giorno, ferrate! In breve saliamo da quella facile tra battute e foto da turista e tentiamo la discesa da quella difficile tra bestemmie e gran risate!
Apprezzare il profumo dell’erba e sentire le vacche nei prati  è davvero piacevole dopo sette giorni in giro per ghiacci e rocce.
Con lo Yuri e il Pio l’avventura continua nel Masino mentre l’Adriano ci lascia, lo ringraziamo credo tutti per il suo metodo basato sullo stato di necessità, funziona alla grande e non serve aggiungere altro!
Tutti riescono a fare un salto a casa, per me e Marco però Milano è troppo lontana quindi ci godiamo un ottimo pranzetto al Crotto del Fabio con pennica nel prato e sulla strada per San Martino facciamo pure shopping!
All’ormai familiare Miramonti parte subito il briefing con anche Daniele, Fabio e Andrea che si fermerà qualche giorno. Le condizioni non ci permettono di salire in quota come previsto... poco male, una settimana in val di Mello non può che far bene!
Primo giorno diluvia così dopo un ardito tentativo ribattiamo in palestra a Filorera dove facciamo un gran ripasso manovre e chiaramente arrampichiamo, chi possiede il power si lancia sul lunghissimo e totalmente orizzontale tetto.
Gran vento che asciuga tutto in un baleno ma è vento da nord e sulle placche della Valle prenderemo un bel freddo! A gruppi giriamo sulle classiche, salendone sempre almeno due, a me capitano Kundaluna, Bastogene e Oracoli, Piedi e Oceano, vie già percorse ma davvero belle da ripetere, l’arrampicata mellica è forse la mia preferita.
Il penultimo giorno (il tredicesimo in tutto) decidiamo per una puntata in quota, rigorosamente in giornata quindi sveglia presto e frontale. Siamo io, Franz e Yuri (Omar ha dovuto lasciarci a causa del dito), meta la Osio Canali al Torrone Orientale. Fino al bivacco Manzi siamo avvolti nelle nebbie, son già passato per di qua ma mi sembra tutto nuovo... Ora il sole splende sopra il mare di nubi e possiamo scalare in maglietta godendo per tutto il giorno di un clima e di un panorama eccezzionali. La via da sotto pare molto estetica, due imponenti torri di granito si susseguono una sopra l’altra interrotte solo da un breve tratto piano, tutt’attorno lisce lavagne di pietra, alcune diventano verticali e sono tagliate da impressionanti fessure e chiuse da tetti. Tiro dopo tiro l’arrampicata non tradisce, alcune lunghezze sono entusiasmanti. In cima siamo felici. La discesa non è per nulla banale ma è parte integrante di questo bel giro e l’apprezziamo. Di buon passo saltelliamo giù per le pietraie e per i boschi fino a raggiungere il fondo valle con le ultime luci. Per alcuni istanti ci è sembrato di vivere delle giornate differenti... non è la prima volta che mi capita, partire al buio e tornare al buio è sempre molto bello.
Birra dalla Monica e solo dopo, cena! 
L’ultimo giorno è relax sulle placche del Piezza.
Anche la seconda settimana è finita e a malincuore ci tocca lasciare questa fantastica routine: sveglia alle sette, gran colazione, lunga arrampicata in Valle, radler e patatine al bar, doccia, gran cena, radler e noccioline al bar guardando e commentando i video d’arrampicata, gran dormita!
Il gruppo è davvero un gran bel gruppo e penso che possa solo crescere, come avevo già detto, mi trovo bene.
Gli istruttori, anche questo è noto, sono preparatissimi ed è un piacere lavorare con ognuno di loro, ognuno (per fortuna) con le proprie caratteristiche e i propri modi di insegnare.
L’ambiente è positivo e ribadisco d’esser contento della scelta che ho fatto.


Foto in ordine sparso...
































venerdì 31 agosto 2012

Cresta del Furggen - Cervino

Che sarebbe stata un'avventura già lo sapevamo, noi volevamo l'avventura! Ne abbiamo avuta una molto più grande di quella che potevamo immaginare.
Le informazioni che riusciamo a raccogliere sono poche e tutte uguali: lasciate perdere! Noi invece partiamo, in tre.
Il Cervino è una delle montagne più famose del mondo, ogni anno viene salito da centinaia di persone per le due vie normali, italiana e svizzera, entrambe molto addomesticate. Non è però una montagna facile, dalla cima non esiste la discesa comoda e veloce, la quota supera di gran lunga i quattromila metri, la roccia è cattiva e tutte le nuvole prima o poi si incagliano su questo enorme scoglio.
La nostra cresta, delle quattro, è considerata la più difficile (ma non la più bella) e la meno frequentata.
Passiamo la notte al bivacco Bossi, un cubo di latta sporco e umido, la sveglia suona alle tre e mezza ma partiamo solo alle cinque a causa del forte vento; ancora al buio superiamo il camino bagnato che porta alla base dei novecento metri di sfasciumi (e non scherzo) che ci separano dalla scalata vera e propria. La testa del Cervino si infiamma e noi procediamo cercando di rimanere sui blocchi più grossi e stabili. Siamo a circa centocinquanta metri dalla Spalla di Furggen e fino ad ora tutto è andato bene, di colpo però iniziamo ad essere bersagliati da pezzi di roccia e ghiaccio che piombano giù senza sosta e senza schema, per qualche minuto siamo incapaci di reagire poi capiamo che la via è quella giusta (non ci siamo spostati troppo sulla est, famosa per le sue tremende scariche) e che per forza dobbiamo attraversare questo tratto. Passiamo velocemente tutte le possibilità: la conserva che fino ad ora abbiamo utilizzato la scartiamo subito, saremmo solo un bersaglio più facile da colpire, slegarsi sarebbe un'idea ma non ce la sentiamo, ci decidiamo allora per i tiri cercando di passare il più rapidi possibili nelle zone esposte e di sostare in punti riparati. Non è facile, il terreno è ostile. Con non pochi spaventi però riusciamo a portaci al sicuro ma dobbiamo salire ancora due lunghezze su roccia schifosa e fango ghiacciato. Siamo finalmente sulla crestina nevosa della spalla, qui iniziano i tiri duri e da qui il tempo inizia a peggiorare sensibilmente, anticipando di parecchio le previsioni.
Tutta la zona delle scariche ci ha fatto perdere molto tempo ora però anche se il terreno è difficile, la via è abbastanza logica e la roccia migliora un po'. Scaliamo il diedro poi ci portiamo di nuovo sulla est e affrontiamo il muro fessurato che troviamo in parte ghiacciato, il passaggio che dovrebbe riportarci in cresta è totalmente intasato di ghiaccio, sono solo venti metri ma sono davvero impraticabili. Raggiungiamo la placca che tutte le relazioni dicono di evitare, esitiamo, non vediamo oltre e non abbondiamo di materiale, il meteo fa le bizze e ormai è abbastanza tardi. Scendere è una possibilità che qui non esiste... forse fino alla Spalla e poi in qualche modo raggiungere e percorrere tutta la cengia che taglia la parete est fino alla cresta dell'Hornli. Esporsi per tutto quel tempo alle scariche sarebbe da pazzi, lasciamo questa possibilità come ultima carta da giocare.
Chiamiamo il 118, risponde la Svizzera (per fortuna me la cavo con il tedesco) e spieghiamo la nostra situazione. Parte subito un tentativo ma la nostra posizione è sfavorevole e la nebbia si fa sempre più fitta. Per due ore rimaniamo fermi ad osservare l'elicottero che fa su e giù, ci gira attorno ma non riesce a raggiungerci. Riusciamo ad ottenere però un'importante informazione, sopra la placca c'è una specie di cengia che dovrebbe farci raggiungere la cresta e quindi la via giusta.
L'unica cosa che possiamo fare è provare a salire.
Salgo, la scalata è difficile, sosto in una fessura sabbiosa, la cengia è dieci metri alla mia sinistra, una liscia placca ancora ci separa. Recupero i compagni e intanto scruto la parete alla ricerca del passaggio "chiave". Mai più di adesso mi è chiaro il significato di passaggio chiave. Qualche metro più su scovo una fessurina, piazzando un friend dovrebbe essere possibile pendolare e raggiungere la cengia.
Tutto funziona, metto piede sulla cengia e la percorro per la sua intera lunghezza fino alla cresta, qui mi ricollego alla via, siamo sotto al Naso di Furggen!
Il meteo però continua ad impedire il soccorso e noi non possiamo fare altro che continuare a salire.
Le due ore fermi ci hanno stancato, il nevischio rende scivolosa la roccia e la nebbia ci disorienta. Anche mentalmente iniziamo ad accusare, è dalla zona delle scariche che non molliamo un attimo.
Superiamo il Naso e grazie al maltempo non percepiamo il grande vuoto creato dalla parete Sud che in questo punto precipita per più di mille metri. Ora le grandi difficoltà sono passate ma ancora parecchio terreno infido ci separa dalla vetta, la nebbia è sempre più fitta, il buio arriverà a breve e nelle nostre teste si concretizza (contro la nostra volontà) l'idea di un bivacco d'emergenza...
Continuo fino all'arrivo del buio poi quando non vedo più niente accendo la frontale ma è solo peggio, la luce che filtra nella nebbia mi fa vedere ancora meno. Non sappiamo dov'è la cima e anche dovessimo raggiungerla, la discesa in queste condizioni sarebbe davvero un grosso rischio. Siamo esausti, creiamo una piccola piazzuola dove sederci stretti uno all'altro, il tempo di finire il lavoro ed ecco che tutto il cielo si schiarisce e si vedono le stelle... Potremmo proseguire ora che la visibilità è migliore ma ormai siamo seduti e sopratutto è la testa a voler riposare.
Riposare non è però la parola giusta, né per la mente, né per il corpo. Possiamo solo cambiare canale nella nostra testa impostando la funzione resistenza e sistemare i nostri culi il più vicino possibile in modo da tenerci caldo l'un l'altro, non è questo il momento di fare gli schizzinosi.
Nove ore di buio, freddo e vento a quattromila quattrocento cinquanta metri ci attendono.
"E ora cosa facciamo? Ora soffriamo."
Appena viene luce dovrebbero venirci a prendere.
Ci spostiamo da una chiappa all'altra, battiamo le mani e muoviamo le gambe, non riusciamo a cantare o urlare, ci abbracciamo.
Arrivano le dieci poi le undici poi mezzanotte poi l'una poi le due poi le tre poi le quattro. Prima di arrivare alle cinque sembra che ripassino di nuovo tutte le ore... Aspettare le sei è una questione che diventa personale. Alle sei e trenta sorge il sole ma nel cielo limpido l'unica nuvola è proprio lì, a coprire il nostro desiderio di tutta la notte. Che beffa!
Però il meteo è buono e i soccorsi arrivano e ci portano giù.
Prendiamo il volo tutti e tre insieme e subito vediamo dove abbiamo dormito: venti metri sotto la cima!
E' incredibile, la sera prima non ci siamo accorti di niente e neanche la mattina abbiamo avuto la lucidità di alzare lo sguardo, il freddo ci deve avere davvero rintronati.
Voliamo, il Cervino ridiventa rosso come la mattina passata, noi ci abbracciamo ancora.

Avremmo potuto non fidarci del meteo e rimandare?
Avremmo potuto partire in due invece che in tre?
Avremmo potuto aspettare condizioni della cresta migliori?
Avremmo potuto scendere al buio?
Avremmo potuto portarci dietro il materiale da bivacco?
Avremmo potuto darci una bella svegliata la mattina, stringere i denti ancora e scendere con le nostre gambe?
Avremmo potuto fare un sacco di altre cose ma non le abbiamo fatte.

Voglio ringraziare i miei due compagni di corda, è stata un'esperienza umana estrema per quanto mi riguarda.
Voglio ringraziare assolutamente gli uomini del soccorso, persone incredibili, coraggiosi, forti e sopratutto preparatissimi e professionali.
Voglio ringraziare Walter Bonatti perché durante tutta questa vicenda hanno risuonato nella mia testa le sue parole: "Per salvarci dobbiamo rimanere calmi."
E poi voglio ringraziare Mark Twight che attraverso i suoi scritti mi ha insegnato a soffrire.

Avrei potuto anche scattare qualche foto del bivacco o dell'elicottero ma non l'ho fatto. Forse perché avevo le mani gelide o forse per egoismo inconscio, per tenere solo per me quei momenti così forti.