lunedì 29 settembre 2014

GJ KO

Fessure, arte di accendere il fuoco e vagabonding !

Herman Buhl



Yosesigo






Jonas CrackMaschine Allemann





Apprendisti cavernicoli







Lotta per il fuoco

La conquista del fuoco







Melloesplorazioni !



Mani in fessure bagnate






La mossa del disperato






Riscaldamento per placche melliche





Alla ricerca dello Sperone della Magia








La sfera di cristallo



Spit incriminato e rimosso (rimasto il chiodo e numerose fessure...)



Stregati dalla rigola

Stregato...

Ingaggio sulle difficoltà classiche (per il Bosca) di Nudi ma con le vitamine






Luigi svergina la rigola










Impiccio d'Impaccio

Girata alle Grand Jorasses dalla quale io torno moribondo dopo che la mia caviglia mi abbandona mentre il Tito e la Giulia scappano dalla bufera !















Su dritti non si passa...

Giulia scioglie, Tito guarda... Già culto!



La caviglia mi ha mollato, mi trascino giù
















Desmaison 

Giù di corsa




Copio e incollo due pezzi storici trovati sul sito dei SassBaloss.

"Nell'ultima rampa boscosa, prima di congiungersi con il Mello, il torrente Zocca percorre una profonda gola di granito, alla cui destra emerge una luccicante struttura rocciosa chiamata "Lo Sperone della Magia". I grandi vantaggi di questa struttura sono l'ambiente selvaggio e la discreta distanza dalle zone più frequentate della valle, popolate sempre più spesso da frotte di Boy-Scout dal soave profumo d'incenso e dai nuovi collezionisti di vie alternative. Lo Sperone della Magia è, di conseguenza, un posticino tranquillo per chi non sente il bisogno di mostrare alla folla i possenti e luccicanti muscoli e ha solo voglia di arrampicare per il proprio esclusivo piacere ".

"Val di Mello - 9000 metri sopra i prati", Paolo Masa e Jacopo Merizzi

"La baita di Ivan è invasa di luce estiva, gli angoli più scuri vivono una penombra calda, alcuni mosconi ronzano per posarsi su appiccicosi avanzi di colazione. Fuori, la val di Mello è un euforico divenire di colori, di rumori che s'intrecciano, qualche nuvola in cielo non è una minaccia per questo mattino inoltrato. Il granito delle strutture che ci sovrastano dev'essere ormai tiepido, da qualche zolla di qualche cengia spurgano strisce nere d'umidità. Vittorio Neri è impaziente e saltella di qua e di là, spostando materiale d'arrampicata senza apparente senso, Guido Merizzi lo osserva sornione, ogni tanto si solleva con un braccio solo sull'anello appeso al soffitto ed esclama "Dio caro!". Poi si lascia andare sul pavimento cercando d'evitare i moschettoni e i chiodi che Vittorio gli ha nel frattempo messo sotto. Ivan è in attesa e questo attendere ha accenti mistici o panteisti di contemplazione della natura o forse di estatica convivenza con le cose che lo circondano, nella fede in un'armonia totale dell'individuo con ciò che sta per fare. Intanto però si spalma un gomito di Lasonil, quello stesso tubetto che la nonna tanto gelosamente gli ha conservato e sul quale nessuno di noi è ancora riuscito a mettere le mani.
Ora che il materiale è sistemato, ammesso per certo che io non riesco a tirarmi su con un braccio solo e non avendo la più pallida idea di come si possa, a comando, vivere in sintonia con la natura e le imprese in programma, sono un po' a disagio. Sento che non vorrei mai rivivere quelle tante ore in cui fremevo nell'attesa dell'azione e della vittoria: anche se qui non c'è la partenza eroica con la pila frontale, nell'errore ci si può cadere lo stesso.
L'ospitalità della famiglia Guerini è stata bella, ma ora sento che ho superato un certo limite. Bisogna che me ne vada, per non compromettere le cose del tutto. E se oggi piove? Addio salita, addio risultato. Oggi vorrei fare delle fotografie ai miei compagni, ho preparato le macchine e le pellicole. Sono proprio pronto, ma non c'è quell'atmosfera magica, quella dolcezza delle cose sconosciute, quell'inesprimibile senso di mistero che tanto ci affascina, accarezzandoci ora con la paura ora con i brividi di piacere. Invece c'è una valle che vive, con un torrente che scorre, con un fieno che profuma, con baite di pietra di granito. Una forza di terra, di senso che mal s'adegua con la mia voglia di mistero e di magia. Entrambi vorrei generarli io, contrapporli alla femminilità di questa natura che mi circonda e mi allaccia. E nella quale tra poco, nonostante il vuoto, sarò ancora più immerso, sempre più in lotta con me stesso.
Fa caldo quando nel primo pomeriggio scaliamo le placche basali dello sperone, il sudore ci cola sul naso, le bende di Ivan e Guido sono intrise. Alla prima sosta, con i piedi appoggiati su misere protuberanze, Guido dà una martellata ad una mosca che lo tormentava da un pezzo. "Dio caro!". Ivan sghignazza e ricama subito l'episodio con colorite espressioni tratte da un vocabolario fanta-scientifico mentre Guido lo guarda e sorride con gli occhi azzurri. Vittorio finalmente sta facendo ciò che per tutta la mattina ha desiderato fare: arrampica. La notte infatti non ha dormito, mentre prestava servizio di infermiere all'ospedale di Niguarda, sfogliando ogni tanto il testo di un esame di medicina. Ora si sta sfogando e, leggero come uno scoiattolo, non c'è nulla che gli si possa opporre. Io ho scattato qualche bella immagine, Guido a torso nudo, Ivan in dulfer sorridente. Ora voglio andare avanti anch'io. Vittorio mi assicura mentre, girato uno spigolo, m'impegno su di una fessura orizzontale, per traversare ad un diedro. Pianto due chiodi, poi salgo nel diedro fino alla fermata. Ho fatto un buon lavoro, mi dico, mentre il sudore mi cola sulla fronte; ma gli altri non me lo riconoscono. Passano in libera, dove io mi ero attaccato ai chiodi. Ivan, con espressione tra il meraviglioso e l'ovvio, mi butta li: "Alessandro, guarda. In libera!".
Come dire, potevi farlo anche tu, ma non l'hai fatto perché... sei vecchio. Vecchio e imbecille come tutti gli accademici. O forse non potevi farlo neppure perché sei vecchio e hai fatto troppi bivacchi e poi perché sei prigioniero, guardati, hai le sbarre attorno al corpo e non te ne accorgi perché sei pure un po' cieco. Ma io ti voglio bene e ti libererò. Tu mi vedi come un missionario, ma io predico solo la libertà. Fate come me e vi sentirete come me, cioè voi stessi.
Impotente e taciturno, questi rimproveri silenziosi e irreali mi calano nelle pieghe più intime. Ogni più riposto angolo di me è invaso da queste corpose e inesistenti, ma sibilanti e terribili affermazioni mute. Dio, come lo odio.
Lo odio perché non ho un modello da proporgli e lui lo ha. Ho creduto troppo, io, in ciò che feci per poterne ancora spremere il sugo. Mentre invece quel ragazzo che ora mi sta raggiungendo, qui accanto a me, ha fede e soprattutto ha amore.
Io non ho fede, non ho amore, neppure per me stesso. Sono in attesa di qualcosa che non viene, di un treno che forse non è mai partito, di una carrozza, di un cavallo, di un ciuco. Ma quello sarà il mio ciuccio e non posso cederlo a nessuno. Per il fatto che dunque sono un egoista non passo in libera dove invece riescono gli Illusi. La sera qualcuno mi scopre il primo capello bianco.
La dura lezione di oggi è stata la prima di un lungo corso di "lettura di ciò che a chiare lettere è scritto nella sfera di cristallo". La caduta alla Piramide è stata un avvertimento, ascoltato. Ora il confronto con gli altri, illusi allo stesso modo di come lo ero io. Ma la sfera di cristallo non mente.
Così propongo che si chiami la nostra via sullo sperone, anche se non vedo nulla di magico, c'è solo la lotta dura per aguzzare gli occhi, per forare l'opaco della materia, alla debole luce di una candela che lentamente si spegne.
Agli ultimi scherzi, alle ultime soffocate risate, con echi che rimbalzano sul soffitto ombreggiato dai sussulti della candela morente, segue un silenzio pauroso e un'ombra buia si spande piano sui cigolii delle nostre brandine
".

"La Parete", Alessandro Gogna

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